L’app che mi ha regalato un sorriso

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    luciennepoor
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    Mi chiamo Rosa, ho cinquantatré anni e lavoro come cassiera alla grande distribuzione da più di vent’anni. Sapete cosa significa? Significa trascorrere otto ore al giorno in piedi, a far scorrere prodotti sul nastro, a sorridere a clienti che non ti guardano nemmeno in faccia, a sentire il solito “buonasera” svogliato e il solito “ha la carta fedeltà?”. Una vita così. Piatta. Grigia come il pavimento del supermercato.

    Mia figlia Sofia studia psicologia a Bologna. È l’unica gioia che mi tiene accesa. Il resto sono bollette, spesa, il gatto che miagola alle sei del mattino, e la TV che trasmette sempre gli stessi programmi. Sono divorziata da dieci anni, non ho più avuto relazioni serie. Non per mancanza di voglia, ma per mancanza di occasioni. O forse di fiducia.

    Due settimane fa, però, è successo qualcosa di strano.

    Era venerdì sera. Tornavo dal lavoro con le gambe che mi facevano male come sempre. Mi sono seduta sul divano, ho acceso il telefono e ho iniziato a scorrere le notizie. Una noia mortale. Poi mia figlia mi ha mandato un messaggio vocale. La sentivo sorridere mentre parlava: “Mamma, ho scoperto un’app carinissima. La uso quando sono in pausa studio, giusto per staccare il cervello. La vuoi provare? Scarica e usa il mio codice, non devi nemmeno mettere soldi subito.”

    Sofia è una brava ragazza. Non mi ha mai dato problemi. Così ho pensato: “Perché no? Tanto per passare mezz’ora.”

    Ho cercato il nome che mi aveva detto e ho scaricato la vavada app . L’installazione è durata meno di un minuto. L’interfaccia era semplice, pulita, niente di quelle luci tamarre che mi aspettavo. Mi sono registrata con l’email, ho inserito il codice che mi aveva passato Sofia, e con mia grande sorpresa l’app mi ha regalato quindici giri gratis. Zero deposito. Zero sbatti.

    “Carino,” ho pensato. “Almeno non butto via niente.”

    Ho iniziato a giocare. Non capivo molto, onestamente. Le slot mi sembravano tutte uguali: rulli che girano, simboli che si fermano, musichette allegre. Ho scelto una a caso, con dei frutti e delle stelle. La classica. Primo giro: niente. Secondo: niente. Terzo: niente. Già mi immaginavo a scrivere a Sofia “grazie, ho perso il tempo”.

    Poi all’ottavo giro, è successo.

    Lo schermo si è illuminato di giallo. Una luce calda, quasi dorata. Una musichetta allegra ha iniziato a suonare, tipo quelle dei carillon. Il saldo è passato da zero a quarantacinque euro. Quarantacinque euro. Con i giri gratis. Senza aver speso un centesimo.

    Ho lasciato il telefono sul tavolo. Ho guardato la TV che trasmetteva un telegiornale vecchio. Poi ho riguardato lo schermo. Era ancora lì. Quarantacinque euro.

    Le mani mi tremavano leggermente. Non per i soldi in sé, ma per l’incredulità. A cinquantatré anni, dopo vent’anni di cassa, dopo migliaia di “buonasera” e “arrivederci”, qualcosa di inaspettato era finalmente capitato a me. A me, Rosa, che non vince mai nulla. Nemmeno un cioccolatino alla lotteria di Natale.

    Ho letto i termini per incassare. C’era scritto che dovevo fare almeno una ricarica di dieci euro per sbloccare la vincita. Dieci euro. Un pacchetto di caffè, praticamente. Ho pensato un attimo, poi ho detto: “Dai, Rosa. Buttali.”

    Ho ricaricato dieci euro dalla mia carta. L’operazione è stata immediata. I quarantacinque sono diventati disponibili. Ho incassato tutto in un colpo. Trentacinque euro netti, considerando la ricarica. Trentacinque euro che non avevo il giorno prima.

    Non sono una ricca. Ma sapete cosa ho fatto? Il giorno dopo, sabato, sono andata al mercato. Ho comprato del pesce fresco – orata, quella buona, non quella surgelata – e una bottiglia di vino bianco che a me piace ma che non compro mai perché costa troppo. La sera ho cucinato per me, ho acceso una candela, ho mangiato davanti alla finestra aperta. Da sola. Ma serena.

    Ho mandato un messaggio a Sofia: “L’app funziona. Ho vinto una cena.” Lei ha risposto con una faccina che rideva e un cuore.

    Nei giorni successivi ho aperto più volte la vavada app . Non per giocare grosso, ma per quel brivido leggero. Ho ricaricato altre due volte, venti euro in tutto. Una volta ho perso tutto in dieci minuti. L’altra volta ho vinto trentadue euro e ho incassato subito. Niente di che. Ma ogni volta, mentre i rulli giravano, la mia testa si svuotava. Niente supermercato, niente bollette, niente gambe che fanno male. Solo quel piccolo rumore bianco e l’attesa.

    Mia sorella maggiore, quando gliel’ho raccontato, mi ha detto: “Stai attenta, Rosa. Quelle cose sono pericolose.” E forse ha ragione. Ma io so chi sono. Non ho mai scommesso più di quello che potevo permettermi. Non ho mai inseguito una perdita. Uso la vavada app come qualcuno usa un cruciverba o un solitario: per staccare, per un quarto d’ora, prima di tornare alla vita vera.

    La vita vera. Quella fatta di code al supermercato, di clienti maleducati, di turni che non finiscono mai. Ma anche di pesce fresco comprato con una vincita inaspettata, di candele accese da sola, di messaggi vocali di una figlia che studia psicologia e pensa ancora a sua madre.

    L’altro giorno, mentre passavo la cassa, un cliente mi ha detto: “Lei oggi ha un sorriso diverso.” Non gli ho risposto. Ma dentro di me pensavo: “Se sapesse, amico mio. Se sapesse che ieri sera, con una manciata di giri gratis, ho vinto una bottiglia di vino e la pace dei sensi.”

    Non serve altro, a volte. Solo una piccola crepa nella routine. E io quella crepa l’ho trovata. Si chiama app, ma per me è stato un regalo. Non da un mago, non da uno stregone. Da mia figlia, da un codice amico, e da un venerdì sera in cui ho deciso di dire sì invece di no.

    E dire sì, a cinquantatré anni, è già una vittoria.

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